Napoli

Rafaniello Pasquale e Lucia Maria

SANITA

Rafaniello Pasquale era un bel bambino con i capelli castani e gli occhi neri. Molto spesso restava solo a pensare, ad osservare le emozioni che aveva provato durante la giornata o a quelle passate, vecchie di alcuni anni e che ancora ricordava perfettamente. Godeva di quelle belle e trattava quelle brutte con uno strano gioco che faceva costantemente; aveva imparato che le paure, le mortificazioni e le offese si potevano dissolvere e che poteva liberarsi da quei pesi che scurivano la sua anima. Ripercorreva a ritroso tutti gli avvenimenti, tutte le situazioni, le minuzie che i suoi occhi avevano appena intravisto e che la sua mente invece aveva perfettamente registrato e semplicemente le osservava dall’esterno, vedeva se stesso, la sua forma, il suo corpo e la sua coscienza di quel determinato istante restando un osservatore, lui spettatore di tutta la scena che osservava le cose accadere così come erano andate, accorgendosi di non aver più alcun collegamento emozionale con quei fatti. In lui non ristagnava alcun risentimento nei confronti di chi lo aveva fatto soffrire, le scene e le situazioni che gli procuravano dolore si ridimensionavano, le vivide immagini a colori che aveva in mente, diventavano in bianco e nero e poi sempre più piccole fino a scomparire. Amava rimanere nella propria stanza steso sul letto a guardare il soffitto in silenzio, ad ascoltare il suo cuore ed il suo respiro, avvertendo il peso del proprio corpo sul letto, sfiorava con le mani il ruvido delle lenzuola di lino tenendo il suo respiro profondo e regolare. Nei pomeriggi d’estate il sole colorava di giallo tutta la stanza e lui restava lì in quegli attimi eterni ad ascoltare i rumori della strada e la voce della mamma che arrivava dalla cucina. Pasquale era un bimbo tranquillo che parlava poco, aveva uno sguardo molto tenero e molto profondo che scrutava tutto e tutti, viveva in una casa nel quartiere Sanità a Napoli. Lucia Maria era una bimba che non era mai stata bambina, a 9 anni fumava, faceva i lavori di casa, andava a fare la spesa e tutto il giorno ascoltava musica neomelodica, guardava le telenovellas e tutte le trasmissioni pomeridiane di Rai e Mediaset. Lucia non restava mai ferma aveva sempre qualcosa da fare, viveva nello stesso palazzo di Pasquale Rafaniello insieme alla sua numerosissima famiglia; mamma, padre, nonna, nonno, tre zie zitelle, uno zio ricchione e uno Yorkshire. Pasquale e Lucia si conoscevano bene e si incontravano tutti i giorni, lui guardava Lucia in silenzio con uno sguardo amorevole mentre lei tutte le volte faceva finta di non vederlo e se proprio era costretta a guardarlo, faceva una faccia schifata e guardava subito da un’altra parte, il ragazzino non badava al comportamento di Lucia, per lui era un essere meraviglioso come l’intero universo.
Pasquale aveva imparato che si potevano sentire le cose, gli oggetti, i materiali; infatti, quando con la mamma saliva le scale dell’antico palazzo dove abitava, toccava con le mani il freddo del ferro della ringhiera e riusciva addirittura a sentirne in bocca il sapore. Gli piaceva appoggiare i piedi sugli scalini di marmo che però erano più difficili da attraversare con i suoi sensi, adorava guardare i grandi muri di tufo che viveva intensamente nei giorni di pioggia, il profumo del tufo bagnato era ogni volta un’esperienza totale, inebriante, lui stesso diventava tufo bagnato, si sentiva trasformato, espanso, la sua consapevolezza diventava l’intero palazzo fatto di mattoni, sentiva le fondamenta, i balconi, le imposte di legno con la vernice scorticata, le porte con le targhette di ottone, le funi del grande ascensore, l’acqua ed il secchio con le pezze sporche della signora che faceva le pulizie, il vetro delle finestre e le decine e decini di vecchie antenne piazzate sul tetto.
Pasquale aveva 7 anni e condivideva la sua casa con mamma Giulia, la mattina si svegliavano insieme, facevano colazione sempre in silenzio, i due avevano una buona intesa, si scambiavano tanti sguardi e poche parole. Gliulia era orgogliosa del proprio bambino che era bravo a scuola e perchè tutti gli dicevano essere un ometto educato e gentile. Pasquale sentiva la grande umanità della mamma e soffriva per la tristezza che quotidianamente accompagnano il volto e gli occhi di lei. Giulia era la prima ad occupare il bagno la mattina, aveva fretta di uscire per andare ad aprire la pasticceria, l’ometto restava a guardare la mamma dal vetro smerigliato della porta, la figura della madre era sfocata, deformata, la luce del neon che si accedeva ad intermittenza ipnotizzava il suo sguardo che non si staccava mai da quella forma che si muoveva veloce tra rumori d’acqua e vapore, poi il veloce giro di chiave, la porta si apriva e Giulia usciva ancora bagnata per andare a vestirsi nella propria camera e lui si spogliava lasciando la parte di sopra del pigiama nel corridoio e la parte di sotto in bagno, entrava nella vasca ed apriva l’acqua della doccia che era sempre troppo fredda o troppo calda e mentre attendeva che la temperatura si regolasse giocava con i piedi nell’acqua, li agitava sul sapone liquido per creare quanta più schiuma poteva, il suo sogno era quello di riempire la casa di schiuma e galleggiandoci sopra per spostarsi da una stanza all’altra e salutare con la mano tutti i vicini che avrebbero riso nel vederlo divertirsi in quel modo, poi arrivava il saluto della mamma che usciva e lui continuava ancora per un pò a fantasticare, poi si preparava per la scuola. La scuola era a pochi metri dal portone di casa e lui ci arrivava a piedi, si metteva in fila con i suoi compagni che arrivavano scortati da mamme o dai papà ed altri ancora da nonni o nonne, poi c’era Attilio che tutte le mattine veniva scaricato davanto alla scuola dal taxi guidato dal suo papà che gli apriva la porta mentre rispondeva alle chiamate della radio. La scuola era molto noiosa, erano poche le attività veramente interessanti, per esempio, nella prima ora tutti i bambini restavano soli in classe mentre i maestri e le maestre chiacchieravano tra di loro e prendevano il caffé, in quei momenti in classe succedeva di tutto. Tra litigi e salti sui banchi, ci si lanciava di tutto: penne, quaderni, zainetti, gessetti e Pasquale guardava quel caos e si divertiva tantissimo, a volte partecipava al disordine, lui adorava girare in tondo, girava girava fino a perdere l’equilibrio poi si tuffana in terra a faccia in giù e sentiva che ancora nella sua testa in tutto il suo corpo il movimento, il roteare, non era ancora terminato tutto era ancora in movimento era una sensazione stupenda, poi tutto passava tutto si arrestava e lui si sentiva ancora più sensibile ancora più attento del solito, nel caos totale della sua classe riconosceva tutte le voci e riusciva a seguire tutti i discorsi contemporaneamente. Alla fine delle lezioni Pasquale era l’unico che aveva il permesso di tornare a casa da solo, tutti i suoi compagni attendevano i propri prelevatori che di fretta arrivavano a svolgere un altro compito quotidiano, genitori e nonni arrivavano di corsa con in mente altre cose da fare, la spesa, il pranzo da preparere, o il posto di lavoro da raggiungere in fretta, prendevano le mani dei bambini e li portavano via da quel caos delle file fatte di fiocchi grandi e grandi zaini, risate, spintoni e grida, i bambini abbandonavano i ranghi e piano piano i loro occhi guardavano allontanarsi il viso dei proprio compagno di fila che veniva anche lui preso e portato via e tutto andava a scemare a placarsi. I bambini raramente guardavano in faccia i propri genitori, erano rare le scene di bambini che accoglievano i volti di quelli che arrivavano a prenderli con il sorriso e con gioia, l’umore cambiava repentivamente, l’atmosfera casalinga dell’abbandono emotivo, delle mancate attenzioni, della solitudine arrivava a prenderli. Pasquale prima di rientrare a casa passava dal negozio della mamma che quando lo vedeva entrare gli sorrideva mostrandogli con lo sguardo le buste della spesa da trasportare, lui sollevava le buste ed a testa bassa si dirigeva a casa, nel tragitto incontrava sempre qualcuno che lo salutava e che gli faceva qualche carezza sulla testa. Quando entrava nel suo palazzo passando attraversando il grande portone, trovava all’interno del cortile una quiete familiari, si sentiva qualche tv accesa, gli odori delle cucine che intrecciavano sughi e fritture. Profumi di pavimenti appena lavati e vecchiette parcheggiate su sedie messe al sole ad asciugare capelli lavati e pettinati che odoravano di mela verde mentre qualche gatto restava ai loro piedi a rotolarsi. Qualche volta Pasquale ritardava il suo arrivo a casa ed in pieno cortile all’inizio della rampa di scale notava cose strane che accadevanno dall’altra parte del cortile, dietro alla colonna dell’ascensore, in una zona buia circondata da muri senza finestre, tranne quelle della signora del quarto piano che abusivamente le aveva aperte l’anno prima, vedeva il ragazzo che lavorava dal meccanico nel vicoletto dietro il palazzo appartarsi con lo zio strano di Lucia. Il ragazzo restava in piedi, immobile portando la testa all’indietro mentro lo zio restava più dietro, più nascosto, accovacciato. Pasquale si fermava a guardare nascondendo perfettamente il suo corpo dietro ad una colonna, lasciando le braccia allo scoperto allungate lungo il corpo dal peso delle buste. Non sapeva cosa fosse quella scena e non poteva parlarne con nessuno, però sapeva che era una cosa brutta, lo sapeva perchè aveva sentito molte volte le urla delle zie di Lucia che rimproveravano questo strano zio e aveva visto pure molte volte le zitelle cacciare fuori dal palazzo il ragazzo del meccanico. Poi incominciava a salire le scale guardano ancora quella scena per abbondonarla alla seconda rampa che era lontana dal cortile e sempre in ombra, quella seconda rampa portava al primo piano dove c’era una porta che lui trovava sempre aperta con una signora in pigiama che lavava e cantava tutto il giorno. Arrivato alla porta giusta, bussava e si metteva ad aspettare la madre sulle sedia all’ingresso dell’appartamento accanto al suo, dove viveva la signorina Omaggio, una vecchietta che a quell’ora gli apriva e se ne andava a mangiare il suo piatto di brodo di pollo. Anche questa vecchietta faceva sempre le stesse cose, teneva la casa pulita pulita, andava a fare la spesa e la sera gridava contro quelli che abitavano al piano di sotto, colpevoli secondo lei di accendere degli strani dispositivi che facevano calore e che le procuravano dei malori, avvertiva forti vampate che arrivavano dal pavimento. Quando arrivava la mamma, Pasquale salutava la signorina Omaggio e con le sue buste attendeva che la propria porta fosse aperta per andare dritto in cucina dove la mamma che aveva sempre un viso stanco ed un’espressione scocciata, apriva le buste della spesa e metteva in un piatto la mozzarella e le patatine fritte, poi accendeva il fuoco sotto alla pentola con l’acqua per la pasta e se ne andava a spogliarsi in camera. Alla fine del pranzo la mamma restava in cucina mentre lui usciva fuori al terrazino per guardare giu. Si dava appuntamento con tutti i bambini dei palazzi che affacciavano sulla stessa via e tutti insieme assistevano dall’alto alle scene che accadevano in strada. La chiusura del fioraio e della pescheria con lo smantellamento dei banchetti dove esponevano la merce. Puntualmentete nella calma del primo pomeriggio qualcuno tirava giu qualche frutto marcio che faceva spiaccicare sul parabrezza di qualche auto che passava di li, dopo il lancio improvviso e senza preavviso, tutti si lanciavano pancia a terra per non farsi vedere dall’automobilista che usciva dalla macchina gridando e guardano su per capire chi fosse stato, tutti restavano a terra e tutti con un sorriso stampato sulla faccia si facevano piccoli piccoli mentre guardavano senza poter esser visti. L’incidende si risolveva in pochi secondi perchè il malcapitato veniva invitato a proseguire per non bloccare il traffico, ma altre volte invece la vittima si incazzava come una iena e gridando come un pazzo minacciando di scoprire il colpevole entrando in tutti i palazzi bussando a tutte le porte. In quei momenti il terrore dominava tutti ed anche se alla fine l’epilogo era sempre lo stesso, quelle parole minacciose accompagnavano i bambini che si sentivano tutti colpevole fino alla sera e qualcuno per la paura non riusciva nemmeno ad addormentarsi.

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